COCKTAIL

Ordino da bere, un Manhattan, non so come sia ma non mi importa molto. Il cameriere prende l’ordine, mi sorride, e va via. Non bado al fatto che sia carino o meno, cosa che mi fa notare mia sorella, forse lo era veramente, non ci ho badato. La musica è piacevole e la poltrona mi abbraccia come se mi volesse cullare, chiudo gli occhi per un secondo, godendomi quell’istante, sento pace una pace che non provavo da mesi, la mia mente ha finalmente smesso di girare , mi sento calma. Non voglio aprire gli occhi, non mi va di interrompere questo momento piacevole, ma sono costretta a farlo perché il cameriere ha portato da bere, così apro gli occhi e noto che mi sta fissando, ha un’espressione divertita, cosa c’è di divertente proprio non capisco. Il modo con cui continua a fissarmi mi irrita così lo ringrazio con un cenno della testa e giro lo sguardo verso la band che sta per cantare una canzone di Loredana Bertè, richiudo gli occhi sprofondando sempre di più nella poltrona, la musica mi entra dentro, sento che il mio corpo vuole seguire il ritmo, senza che potessi controllarlo la mia bocca inizia a snocciolare le parole del testo e in un attimo mi unisco al coro dei clienti che canta a squarciagola. Passa un’ora e non ho ancora intenzione di apri gli occhi, il cocktail si è riscaldato nel bicchiere, non credo lo berrò… in fondo non mi andava per niente, così dico a mia sorella che lo può prendere lei, io mi sento già ubriaca , è strano da spiegare, ma per la prima volta sento che l’alcool non mi servirà, sto bene, ma bene veramente. La band continua a suonare e la mia testa a tacere, è perfetto, è un luogo perfetto, nascosto chiuso, sicuro. Forse è questo che mi permette di rilassarmi, il fatto che questo locale sia nascosto agli occhi delle persone, il fatto che è poco affollato, il fatto che posso essere naturale senza fingere. Perché ho sempre visto che quando si esce, bisogna per forza fingere, fingere che ti piaccia  bere, fingere che ti piaccia ballare, urlare, rimorchiare o essere rimorchiata, fingere che ti vada bene un luogo affollato da persone ubriache alle dici di sera. Perché questo ti permette di non essere escluso, fingere di amare la massa ti permette di essere al sicuro. Aprendo gli occhi e guardandomi in torno noto che nessuno finge, nessuno prova a essere intonato, nessuno non canta perché ha paura del giudizio, guardandomi a torno vedo la naturalezza, di essere se stessi, e questo mi rilassa, sento che posso abbassare le mie barriere. Intanto la band ha smesso di suonare, credo che sia ora di andare, il cameriere ritorna per portare il conto, cavolo se è bello, ora lo noto.

Mi guarda, sorride e va via.

SILENZIO

Impari ad isolarti, cresci con l’idea che il silenzio sia l’unico tuo alleato, l’unico che può proteggerti dal caos del mondo. Quando capisci che esso non ti protegge ma ti distrugge e troppo tardi, sei un tutt’uno con lui, non riesci a scrollartelo di dosso. Lo sai da dove deriva questa ossessione per il silenzio, lo sai bene, solo che non riesci a capire che adesso non ne hai più bisogno, che ciò che senti intorno a te non è caos ma vita, che puoi accogliere i rumori, ma non ce la fai, piano piano diventi una persona schiva, chiusa, poco incline alle conversazioni. Più cresci e più capisci che le persone pensano che sei pazza, ma tu sai di non esserlo, vorresti dirlo che il silenzio ce l’hai cucito addosso come una seconda pelle, che ti ha tenuta viva quando tutto intorno esplodeva un rumore assordante che non potevi controllare. Cresci con l’idea che tutto ciò che non puoi controllare, può ferirti, che le parole che non puoi capire, possono distruggerti, i rumori improvvisi possono essere il segnale di un’esplosione improvvisa. Cresci con l’idea che sapersi isolare, annullare tutti i rumori attorno a te, finché non ottieni solo silenzio, sia l’unico modo per non uscire di testa. Lo sai , lo sai bene che è un’idea folle, che tutto ciò che ci circonda non può essere controllato, che la vita è un fiume in piena che ti travolgerà prima o poi, ed è proprio in questo che si racchiude la sua bellezza. Allora tu provi, ad accogliere il tutto, piano piano, un rumore alla volta, provi a prestare attenzione a ciò che la gente ti dice, ma non ci riesci sempre, a volte un rumore impercettibile, un movimento o un odore sfuggente, ti fanno chiudere tutte le porte, senza permetterti di reagire. Sei dentro a un silenzio assordante che ti protegge ma che allo stesso tempo ti soffoca, e allora lo accogli senza opporti, perché non sai come fare, come uscirne. Speri con tutta te stessa che chi ti circonda non se ne accorge, continui ad annuire, per far credere di star seguendo la conversazione, e quando finalmente torni a respirare capisci che ti sei persa una parte di vita che non torna più

CINEPRESA

 

Devo studiare.. è la stessa frase che mi ripeto da mezzora, la mia mente però decide di fare altro, so dove vuole condurmi, ma io non voglio. Pianto gli occhi sul libro obbligandola a memorizzare quelle parole, ma niente, vorrei pensare a tutto tranne a quel primo bacio. Non perché faccia male, o perché è un ricordo orribile, no, solo perché obiettivamente non ha senso pensarci. Alcune volte la mia mente assomiglia a una cinepresa guasta. Ed è ciò che sta avvenendo in questo momento, proietta davanti ai miei occhi sempre le stesse immagini, impedendomi di capire cosa cazzo dice sto libro, ma perché si pensa sempre a qualcosa che si vuole rimuove, o almeno nascondere nell’angolo più remoto della nostra coscienza? Mi alzo per bere un bicchiere d’acqua, ma il bicchiere rimanere immobile a due centimetri dalle mie labbra, la cinepresa ha iniziato a girare non la posso più fermare. Sento ancora il sapore delle sue labbra sulle mie, sento il sapore del tabacco misto all’alcool. Ma cara mente, cosa vuoi che dirmi facendomi rivivere questi ricordi? Niente, non puoi dirmi niente… perché il tempo è passato e ciò che è stato è stato, che poi cos’è stato? Niente, credo niente? Non lo so. Sento il citofono suonare, nella mia testa la cinepresa si è stoppata, vado a vedere chi è anche se non ho voglia di vedere nessuno. Non risponde nessuno, apro la porta, non c’è nessuno, avranno sbagliato casa, meglio così. Prendo il libro ed esco di casa andandomi a sedere sulle scale, mi guardo intorno, notando che di fronte a me dietro al cancello c’è un ragazzo che sta baciando una ragazza, si vede che sono alle prime armi del loro rapporto, lui la bacia con dolcezza, le stringe leggermente la vita, lei nel contemplo arrossisce. Vedi cara mente, lei avrebbe più ragione di me di ripensare a quel bacio, perché è palpabile che fra loro c’è una conoscenza in atto, io invece mi sono fermata solo a dei baci, non c’era interesse, non so se solo da parte sua o anche da parte mia. Non ci stavamo conoscendo, era più un gioco, un bicchiere un bacio, se si era ubriachi allora più di uno, ma se si era sobri al massimo un saluto. Perché si sa che l’alcol scaccia via la timidezza, ci aiuta ad essere più coraggiosi, però dopo che l’effetto finisce ritorniamo conigli. Ed è tremendamente triste come cosa, intanto la coppia di fronte a me se ne andata, forse a cene, forse lui le regalerà dei fiori e la riaccompagnerà a casa a fine serata. Loro non avranno bisogno di bere per amarsi, per baciarsi, perché sanno che l’attrazione è reciproca, possono essere liberi del giudizio dell’atro. Rivolgo lo sguardo verso il sole che tramonta, la cinepresa ha riavvolto in nastro, sgombrandomi la mente.

SORRIDI SEMPRE

Quando vediamo una persona triste diciamo spontaneamente " sorridi, dai che la vita è più bella se sorridi". In quell'esatto momento stiamo affermando che bisogna sempre sorridere, anche se non riusciamo, anche se l'unica cosa che vorremo fare e urlare o piangere. Sostanzialmente stiamo affermando che bisogna fingere, bisogna mettere a tacere le nostre emozioni, indossare una maschera con un sorriso stampata in faccia, perché così "la vita è più bella". Impariamo a nascondere le altre emozioni, come il dolore, la tristezza, ciò avviene perché cresciamo in una società ossessionata della felicità, dello star bene assoluto dove sorridere è un obbligo, una regola da rispettare, una necessaria condizione per scacciare il male. In pratica si chiede alle persone di non stare mai male, e quando questo avviene, far finta di niente. Devi sorridere sempre, soprattutto quando stai cadendo a pezzi, sorridi fuori per aggiustarti dentro. Questo meccanismo malsano ci ha allontanati dalla sincerità verso noi stessi, fingiamo di stare bene, per non sentirci esclusi dal resto della società. Tutti entriamo a contatto col male, durante la vita, e fingere che ciò non avviene non ci aiuterà a superarlo o a cancellarlo. Bisogna capire che non è assolutamente vero che bisogna sorridere sempre. Non bisogna essere sempre positivi. E più che sforzarsi di avere sempre il sorriso stampato sulla faccia bisognerebbe sforzarsi di non farlo. Il problema è che proviamo a stare bene fingendo che il male non esista. Dovremmo trattare con normalità anche gli aspetti più bui dell’esistenza, perché siamo anche quella roba lì. Perché non siamo soltanto mezzi pieni, siamo anche mezzi vuoti. E al di là di quanto si creda, si ripeta e si nasconda, è giusto così.